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“Le tre filatrici” – FRATELLI GRIMM

“Le tre filatrici” – FRATELLI GRIMM

15_morbelli-parche_672-458_resize La fiaba narra la vicenda di una giovane ragazza pigra e poco dedita alle attività lavorative manuali che un giorno mentre veniva ripresa dalla madre, cattura l’attenzione della regina che passava con la carrozza dalla sua modesta abitazione. La madre intimorita dalla regina le spiega che era innervosita siccome la figlia filava continuamente e lei non aveva più denaro per acquistare il lino da filare. La regina sorpresa dalle abilità e dalla laboriosità della ragazza acconsente a portarla al suo castello ed a combinare il matrimonio per il suo primogenito a patto che costei fili tutto il lino che le era stato dato. La fanciulla si ritrova in difficoltà poiché teme di perdere il suo sposo vista la sua incapacità nel filare. Rimanda il lavoro giustificandosi con la tristezza e malinconia provocategli dalla distanza dalla sua casa natale e da sua madre. Poco tempo dopo mentre la ragazza piangeva tre donne dal brutto aspetto che passano dal castello. Udendola ,decidono di aiutarla, ma a una condizione: devono essere invitate il giorno del matrimonio e sedere al tavolo degli sposi. Ma la peculiarità delle tre filatrici sta nel fatto che nonostante fossero abbrutite dal loro difetti proprio grazie a questi riuscivano a filare molto velocemente. Sicché colei che aveva il piede piatto schiacciava il pedale dell’arcolaio, quella con il labbro rigonfio inumidiva il filo e l’ultima con il pollice deforme torceva abilmente il filo. Il lavoro era completo e la regina una volta ammirato il grande sforzo si complimentava con la ragazza e dava il via dei preparativi del matrimonio. Quando il gran giorno arriva come da promessa le tre filatrici sono invitate e siedono al tavolo degli sposi come zie della sposa . Ma il loro aspetto non può che destare l’interesse della regina e del figlio i quali chiedono il perché del loro orribile aspetto. La prima con il piede piatto lo spiega con il suo schiacciare il pedale dell’arcolaio la seconda con il labbro rigonfio con l’inumidire il filo ed infine la terza con il pollice deforme con il torcere il filo. Nell’udire queste parole il principe ammonisce la moglie e allarmato le comunica che non vorrà più che la donna utilizzi l’arcolaio. Così la fanciulla con l’aiuto delle tre filatrici si liberò per sempre dell’arcolaio.

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Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un’inaspettata giornata d’estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro.
L’infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita.
Il mare lo guardava perplesso.
Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l’inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio.
Il mare scuoteva la testa.
Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell’armadio). Claudio Lolli chiese “permesso” e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti).
Il mare aspettava.
Venne l’ora provvisoria del buon senso e del “mettisufamiglia”. La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell’armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro.
Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni.
Era una folla.
Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa.
Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale.
Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò.
Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po’ impacciato a dire il vero).
Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi.
Il mare, un po’ invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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